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Parole con l'accento: quando si scrive e quale usare

In italiano l'accento si scrive in pochi casi, e sono sempre gli stessi. Sulle parole di più sillabe che finiscono con la vocale accentata, come città, virtù o perché. Su alcuni monosillabi, per distinguerli da un gemello che vuol dire un'altra cosa, come è del verbo essere ed e congiunzione, sì e si, là e la. E sui monosillabi in cui la i o la u è seguita da un'altra vocale che porta la voce: già, giù, può, più, ciò. Quasi sempre l'accento è grave; l'acuto serve solo per la e chiusa, quella di perché, né e ventitré.

Il gioco qui sopra serve ad allenare l'occhio. Funziona come la parola del giorno classica, con una differenza: qui l'accento è obbligatorio. La tastiera ha la riga à è ì ò ù, e se la soluzione è CITTÀ, scrivere CITTA non basta, perché per il gioco A e À sono lettere diverse. Come tentativi puoi usare anche futuri e passati remoti, come POTRÀ o PARLÒ. La parola cambia ogni mattina alle 6, ma le soluzioni di questa modalità per ora sono poche e si ripetono a rotazione. E siccome é ed è valgono come una lettera sola, il gioco sta nel capire dove va l'accento e su quale vocale, non nello scegliere tra grave e acuto.

Accento grave e acuto: la differenza

L'accento grave scende verso destra (à) e si mette su a, i, o, u e sulla e aperta: caffè, cioè, tè e, naturalmente, è del verbo essere. L'accento acuto sale verso destra (é) e nell'uso comune vale solo per la e chiusa: perché, poiché, affinché, benché, né, sé, ventitré, oltre a forme del passato remoto come poté o batté.

L'errore più diffuso è perchè con l'accento grave. Una parte della colpa è della tastiera. Sulla tastiera italiana del computer la è si ottiene con un tasto solo, mentre per la é serve anche il tasto delle maiuscole, e chi scrive di fretta prende la prima che trova; sul telefono, invece, basta tenere premuta la e e scegliere. La regola è semplice: tutti i composti di che vogliono l'acuto. Nel gioco questa distinzione non c'è, perché la é diventa è e le due contano come la stessa lettera.

Quando l'accento è obbligatorio

Le parole tronche

Si chiama tronca la parola che ha l'accento sull'ultima sillaba. Se ha più di una sillaba e finisce in vocale, l'accento si scrive sempre: città, bontà, virtù, tribù, perché, andrà, però. Ogni parola ha una sillaba su cui cade la voce, l'accento tonico, ma per iscritto lo si segna solo in questi casi. Tavolo e casa ne fanno a meno.

I monosillabi accentati

La maggior parte dei monosillabi non vuole l'accento. Lo prendono quelli che altrimenti si confonderebbero con un'altra parola:

  • è (verbo) e e (congiunzione)
  • sì (affermazione) e si (pronome)
  • là e lì (avverbi di luogo), la (articolo o pronome) e li (pronome)
  • dà (presente di dare: lui dà) e da (preposizione)
  • dì (giorno) e di (preposizione)
  • né (congiunzione negativa) e ne (pronome o avverbio)
  • sé (pronome) e se (congiunzione)
  • tè (la bevanda) e te (pronome)

L'accento va anche sui monosillabi che terminano con una i o una u seguita da un'altra vocale, quando la voce cade sull'ultima: già, giù, più, può, ciò. Le eccezioni da ricordare sono qui e qua, che non lo vogliono mai. Restano senza accento anche mai, poi, lui e sei, dove la voce cade sulla prima vocale.

I monosillabi senza accento

Qui si concentrano gli errori, anche tra chi scrive bene.

ParolaAccento?Esempio
funoFu una bella serata.
fanoFa freddo. Due anni fa.
so, sanoNon lo so. Lei sa tutto.
vanoIl treno va a Napoli.
sunoIl gatto è su quel tetto.
do, sto, stanoTi do una mano. Sto arrivando.
tre, re, me, blunoTre giorni al mare.
qui, quanoVieni qui.
po'apostrofoUn po' di sale.
fa', da', va', sta', di'apostrofoFa' attenzione! Di' la verità.

L'apostrofo di po' segnala che manca un pezzo: è poco accorciato. Lo stesso vale per gli imperativi fa', da', va' e sta', che si possono scrivere anche per intero (fai, dai, vai, stai), e per di', imperativo di dire. E tre? Da solo è senza accento, ma nei composti lo prende: ventitré, trentatré.

Parole di 5 lettere con l'accento

Nelle parole di cinque lettere l'accento scritto cade quasi sempre sull'ultima lettera: sono parole tronche. Eccone una selezione di uso comune, nomi e qualche forma verbale, divise per vocale finale.

  • In -à: beltà, bontà, città, pietà, unità, viltà, andrà, potrà, saprà, vedrà
  • In -è e -é: caffè, bignè, ahimè, ohimè, mercé
  • In -ì: tassì, partì, sentì, dormì
  • In -ò: metrò, paltò, andrò, parlò, trovò
  • In -ù: bambù, lassù, tribù, virtù

Le parole in -à sono spesso nomi astratti, come bontà e unità, eredi di parole latine più lunghe, oppure futuri come andrà e potrà. In -ò e in -ì si incontrano invece molti passati remoti: parlò, partì.

Come funziona la modalità Accenti

Le regole sono quelle di sempre: cinque lettere, sei tentativi, verde, giallo e grigio. La riga delle lettere accentate qui è sempre accesa, quindi non c'è niente da impostare. La partita entra nelle statistiche e sblocca i traguardi, ma non tocca la striscia, che segue solo la parola del giorno. Nelle altre modalità gli accenti contano soltanto se li attivi tu, e nella guida trovi come accendere le lettere accentate.

Domande frequenti

Si scrive perché o perchè?

Si scrive perché, con l'accento acuto, perché la e finale è chiusa. Lo stesso vale per poiché, affinché, benché e gli altri composti di che.

Si scrive È o E'?

Si scrive È, con l'accento. E' con l'apostrofo è un ripiego delle vecchie tastiere ed è sbagliato. Sul telefono basta tenere premuta la E; sul computer con Windows c'è la combinazione Alt+0200.

Fu vuole l'accento?

No. Fu non si confonde con nessun'altra parola, quindi si scrive senza accento: «Fu una bella serata».

Fa si scrive con l'accento?

No, si scrive «fa freddo», «due anni fa». L'imperativo di fare si scrive fa' con l'apostrofo, oppure fai: «Fa' presto».

Si scrive po' o pò?

Po', con l'apostrofo, perché è la forma accorciata di poco: «un po' di sale». Pò con l'accento è un errore, e il fiume è il Po, senza niente.

Da o dà?

Dà con l'accento è il verbo dare: «Mi dà una mano». Da senza accento è la preposizione: «Vengo da Roma».

Dì o di?

Dì con l'accento è il giorno («buon dì», «a mezzodì»). Di senza niente è la preposizione, e di' con l'apostrofo è l'imperativo di dire.

Si scrive do o dò?

Si scrive do, senza accento: «Ti do una mano». Dò è una grafia tollerata, ma non serve, perché do non si confonde con niente nell'uso comune.

Su e so vogliono l'accento?

No, nessuno dei due: «Il gatto è su quel tetto», «Non lo so».

Ventitré si scrive con l'accento?

Sì, con l'acuto: ventitré, come trentatré e tutti i composti di tre. Da solo, invece, tre non lo vuole.

Si scrive sé stesso o se stesso?

Sono corrette tutte e due. A scuola si insegnava se stesso senza accento, perché con stesso non c'è rischio di confusione. Oggi molti linguisti consigliano sé stesso, che segue la regola generale. L'importante è scegliere una grafia e mantenerla.

Perché la parola con l'accento si ripete?

Perché le soluzioni di questa modalità, per ora, sono poche. Cambiano ogni mattina alle 6 e, finito il giro, si ricomincia dalla prima.

Il gioco distingue è ed é?

No. Per il gioco la é e la è sono la stessa lettera, e se scrivi l'acuto diventa grave. Conta dove metti l'accento e su quale vocale, non il suo verso.

Per approfondire, le regole sull'accento grafico sono spiegate nel vocabolario Treccani e nelle schede dell'Accademia della Crusca.